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Buone Feste

Natale da prima della classe. E’ una sensazione bellissima. Ma non è solo la questione di essere primi. Non è solo la questione di vincere. E’ una questione di divertirsi, veramente, come quei bambini che completamente zuppi di sudore continuano a giocare incuranti del sole, che ormai, sta per tramontare e fino all’ultima goccia di luce sanno che non smetteranno. Certo, vincere aiuta a vincere e di conseguenza a divertirsi. Il che, in parte, è vero, ma c’è anche dell’altro. Per la prima volta, dopo due campionati, c’è uno sguardo. E gli occhi non mentono. C’è uno sguardo bello, intenso. C’è uno sguardo convinto, consapevole della propria forza e pronto a dimostrarla, c’è una voglia viscerale, quasi animale. Per la prima volta c’è un gruppo, unito veramente, che si conosce e si difende, ma che sa attaccare quando è necessario. Un gruppo che è cresciuto in ognuno di noi e poi è diventato una realtà. Qualcosa di bello che al solo guardarlo ti emozioni e capisci che si sta facendo, anche, qualcosa di buono. E non sto parlando del solito cameratismo fine a se stesso. Qualcosa di buono non solo per noi, ma anche per questo sputo di paese, che ha un disperato bisogno di qualcosa che funzioni, di un esempio da seguire, di capire che si vince solo quando tutti si va nella stessa direzione, con un obiettivo comune, che, ripeto, non è necessariamente vincere una partita, ma costruire e fare in modo che questo possa resistere e continuare indipendentemente dagli uomini e dalle donne che si susseguono al timone, fare di necessità virtù, imparare a valorizzare quello che si ha, a curarlo, migliorarlo. Imparare a capire che anche nel piccolo si possono fare grandi cose. Conoscersi e apprezzarsi. Fare qualcosa di buono significa anche regalare un sorriso e dare modo a circa trenta persone per due tre volte la settimana di dimenticarsi di tutto il resto, anche dei problemi, e di sfogarsi dietro ad un pallone, di instaurare rapporti umani gli uni con gli altri, scambiarsi qualche battuta, qualche pacca sulla spalla, qualche abbraccio e poi tornare a casa magari un tantino meno incazzati con il mondo, un tantino più positivi. Significa vedere dei ragazzi a cui poter trasmettere qualcosa e, volendo, imparare qualcosa da loro, dalla loro ingenuità, dalla loro incoscienza, perché a volte serve pure quella, come quando da quaranta metri, in una frazione di secondo, vedi il portiere avversario leggermente avanti e con coraggio e un pizzico di sfacciataggine dici a te stesso “ci provo, fanculo” e mentre lo stai dicendo sei lì a guardare la parabola che disegna il pallone prima di andarsi ad insaccare. E poi esplosione di gioia, venti persone che corrono nella tua direzione che, alla fine, vanno a formare un groviglio di teste, mani, gambe e sorrisi che diventa uno spettacolo emozionante, da pelle d’oca, di quelli da far vedere ai bambini nelle scuole. Il calcio non è solo ventidue persone che corrono dietro ad un pallone, ma è anche non aver paura di sbagliare un calcio di rigore non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. E forse De Gregori aveva ragione, ma capirlo non è facile, ci vuole tempo e determinazione. Procrastinazione. Ci vuole impegno, però senza mai prendersi troppo sul serio. Certo, seri ma non seriosi. Noi abbiamo impiegato due stagioni per capirlo, sperando, ora, di non riuscire a disimpararlo. Buone feste.

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